Selezioni dal nostro Notiziario

  "Il Nuovo Papiro"

Dal Notiziario

Presentazione di AIDE Cosmopolita Italiani d’Egitto per caso I luoghi Comuni dell’Egitto
Sidi Bishr Inno e bandiera Cerimonia inaugurativa La cucina
Gita ad El Alamein Il Castello dei Ricordi La legge dell'equilibrio Lo Scoutismo italiano in Egitto 
Dare un senso al passato      

 

Presentazione di AIDE

da parte dei Soci fondatori

Cari amici,

siamo lieti di informarvi che abbiamo costituito una organizzazione non lucrativa di utilità sociale con interessi culturali e ricreativi tra gli italiani d’Egitto. Questa Associazione, alla quale abbiamo scelto il nome di AIDE, Associazione degli Italiani Egitto, è stata ufficialmente costituita il 4 ottobre 2001 ed ha provvisoriamente sede presso l’Istituto dei Salesiani in Via Marsala 42, 00185 Roma.

Tutti coloro che ci leggono conoscono l’ANPIE ed Il Papiro, e sanno che, dopo la forzata cessazione del Papiro, alcuni di noi che vi avevano operato, verso la fine del 1999, hanno offerto la propria disponibilità all’ANPIE per rilanciare quell’Organizzazione e riaffermare in modo concreto la volontà degli italiani d’Egitto di mantenere i legami con la loro cultura d’origine e con un passato che, a nostro parere, non merita di cadere nell’oblio. Tre edizioni del Bollettino hanno visto la luce dopo la seconda metà dell’anno 2000 e vorremmo lasciare a voi il giudizio sulla qualità del nostro impegno.

Dall’inizio del 2001 non è stato più possibile redigere il Bollettino né proseguire la permanenza nell’ANPIE. Essendo ben lungi da noi la voglia o la volontà di polemizzare, non esterniamo i motivi di tale impossibilità.

Come siamo perfettamente consci del fatto che la ragione non sta mai da una parte sola, siamo, però, altrettanto certi che la nostra voglia di mantenere vivo il legame con gli italiani d’Egitto è forte, ed essa non può esserci preclusa o impedita da nessuno e in nessuna circostanza. Eventuali considerazioni polemiche nei nostri confronti saranno trattate con la dovuta attenzione e la nostra risposta sarà caratterizzata dalla più completa pubblicità dei fatti a noi noti.

Che cosa intendiamo fare nella nuova struttura associativa? Per prima cosa occorreva una forma organizzativa, abbiamo pertanto redatto uno Statuto, abbiamo registrato l’Associazione, e, in futuro cercheremo di farla riconoscere dallo Stato. Abbiamo trovato una Sede provvisoria, abbiamo individuato le persone che lavoreranno per produrre quanto ci siamo prefissi di fare, almeno nel periodo iniziale. Siamo poi fieri di comunicare che, nei sei mesi che sono stati necessari per la preparazione di quanto esposto, abbiamo discusso profondamente e animatamente su tante cose, ma non siamo mai entrati in contrapposizione! Abbiamo preparato un budget di spese e di introiti necessari per la copertura delle spese. Gli introiti deriveranno, almeno per ora, esclusivamente dalle quote associative. Continueremo così: è un impegno che prendiamo con voi oltre che con noi stessi.

Il nostro notiziario si chiamerà “Il Nuovo Papiro”. Non sarà né lo potrà essere un proseguimento delle pubblicazioni a voi note, poiché vi vogliamo proporre qualcosa di nuovo che avrà un taglio condiviso da noi che lo facciamo e da chi collaborerà con noi; vogliamo parlare del passato, guardando al presente e con l’occhio rivolto al futuro. Non sarà, pertanto, il porta parola dei redattori ufficiali, dovrà essere il giornale dove tutti noi, in quanto associati, avremo diritto alla parola. Se vogliamo ancora stare insieme vuol dire che abbiamo delle cose da dirci, quale mezzo migliore del nostro giornale per trasmettere le idee, le memorie, i progetti, le proposte, le critiche, i plausi? Non tutti hanno il dono della “penna” facile, ma non importa, scriviamo lo stesso, ci sarà sempre un amico qui in redazione che si occuperà di articolare meglio un discorso non facile da esprimere. Ci auguriamo che questa nostra iniziativa sia di vostro gradimento e trovi il sostegno della vostra partecipazione e della vostra simpatia. E che Dio ci dia la capacità di realizzare questo piccolo, ma per noi importante, ponte verso il futuro in un mondo che lascia sempre meno spazio agli ideali.

Cosmopolita

di Giovanni Giudice

Ilios Yannakakis ha scritto, insieme con Robert Ilbert e Jacques Hassoun, un libro intitolato “Alexandria 1860/1960 – The brief life of a cosmopolitan community”. La riproduzione anche parziale dei testi è rigorosamente vietata, motivo per cui non mi sarà possibile riportare alcuni dei brani particolarmente indicativi che ho letto. Il tratto dominante della loro conclusione, comunque, è quello di un effimero e inutile tentativo di colonizzazione da parte di diverse comunità europee, a danno degli egiziani, derivandone in conseguenza un senso di colpa sui cosiddetti colonizzatori. In particolare, mi ha colpito un suo limite: la sua fede nel senso di transitorietà degli abbinamenti tra culture diverse.

Forse Yannakakis e compagni non hanno analizzato o capito la vita nell’intero continente americano senza dimenticare l’altro grande continente australiano: che cosa è avvenuto ed avviene tuttora in quella parte più che rilevante del mondo se non una continua evoluzione dei costumi sulla base di diverse tradizioni culturali? La parola cosmopolita deriva dal greco (cosmos = universo e polites = cittadino) ed è usata, come dovrebbero ben sapere gli autori succitati, per indicare un comportamento conseguente ad una conoscenza di culture e tradizioni diverse; essa è la prima fase del contatto tra le diversità. La conoscenza arricchisce e non vi è motivo per pensare che un avvicinamento a modi diversi di interpretare il comportamento umano possa ledere qualche diritto. E’ ovvio che culture diverse allontanino nella primissima fase di contatto, ma, a lungo andare, finiscono per integrarsi in quanto le necessità di vita sono uguali per tutti. La stessa storia di Alessandria d’Egitto ne è testimone: Alessandro il macedone la fonda per motivi di scambi commerciali nel 332 a.C. , gli egiziani vi s’inseriscono fino a generare dinastie di origine mista (Tolomei), i romani portano il diritto e l'ordine militare, i greci dell’impero d’oriente esaltano il connotato estetico bizantino, gli ebrei, ritornati dopo l’avvio economico della città, esaltano il commercio e lo fanno vivere fino al nostro esodo del 1957. L’occupazione araba in alternanza con quella turca, vede sì una diminuzione della valenza commerciale della città, con conseguente diminuzione di influssi europei, ma un mantenimento delle arti decorative, uno sviluppo degli studi matematici ed un accrescimento delle arti militari. Napoleone, in modo del tutto casuale, riaccende l’interesse europeo verso quella zona del mondo e verso la sua storia antica; ma è la geografia che determina il nuovo sviluppo economico. Conviene scavare un canale piuttosto che circumnavigare l’Africa. Gli inglesi vi vedono un punto di protezione militare dei loro traffici commerciali, i francesi capiscono che quell’investimento è una miniera d’oro e la vita cosmopolita in Egitto dura esattamente quanto la proprietà straniera del canale: circa 100 anni. Poi si confonde tutto: riparazione delle ingiustizie sociali, piani faraonici di sviluppo dell’agricoltura, presa dei posti di potere detenuti da europei, e inevitabile decadimento strutturale nonostante la massiccia presenza russa sostitutiva delle gerarchie europee. Nasser, se comprese i guasti prodotti non volle ammetterlo, Saadat fu invece, come sappiamo, molto più pragmatico e lungimirante. Immaginiamo per un momento che non fosse stata posta preclusione nei nostri confronti ma invece attuata una graduale politica di reciproca integrazione, (ricordiamo che noi eravamo perlomeno la terza generazione ivi residente e che la stragrande maggioranza degli italiani già studiava presso scuole non italiane); possiamo di conseguenza ipotizzare che forse oggi le grandi città egiziane mostrerebbero un aspetto economico, sociale e culturale decisamente inedito. Ma così non è stato.

Penso che i denigratori della vita cosmopolita abbiano sopravalutato la differenza economica e sociale tra le diverse etnie, laddove gli egiziani non facevano certo la parte del leone, ignorando l’aspetto culturale, almeno inteso come scambio di modelli e abitudini, che è alla base della formazione e della evoluzione dei sistemi sociali ed economici.

In conclusione ritengo che gli egiziani hanno tratto beneficio dalla presenza di noi europei e noi abbiamo tratto beneficio, nel periodo di permanenza in quel bel paese, sia dalle tradizioni arabe, sia dal continuo contatto con le altre nazionalità. Le menti di tutti si sono arricchite e sono solo degli sciocchi complessi di inferiorità che turbano e hanno turbato qualche mente esaltata e manipolatrice.

Italiani d’Egitto per caso

di Bruno D’Alba

Questa è una storia che avrebbe meritato miglior cronista che non il sottoscritto.

Tutto inizia in una ridente cittadina Abruzzese posta sulla costa quando correvano gli anni dell’unità d’Italia…

La scintilla, guarda caso, uno sguardo galeotto subito ricambiato, una storia come tante, direte. Nient’affatto, perché le antiche rivalità tra le due famiglie sono un ostacolo, insormontabile per i due giovani. Sembra anche che le condizioni del giovane, più rurali, non fossero il massimo delle aspirazioni della famiglia, più imborghesita, della giovinetta. Il diniego è totale da entrambe i clan. I due giovani capiscono che la loro storia non avrà mai un futuro a causa dell'assoluta intransigenza delle famiglie; ma non si rassegnano. Cosa fare allora? Nella loro strategia entra un prete che suggerisce la soluzione. Detto fatto. Non rammenta, il vostro cronista, se ci fosse qualche collegamento familiare con il sant’uomo del prete, ma il particolare è ininfluente ai fini dell’opera di bene. La mediazione si risolve con una notte passata in sagrestia e dopo una segreta ed abile trattativa; il condono è promesso ma ad una drastica condizione, sarà erogato contestualmente all’esilio dei due testardi. Previa benedizione sacramentale del (supposto) fatto compiuto, ça va sans dire. Come dire che anche a quell’epoca “nulla si muove che chiesa non voglia…” ma come leggerete, la benedizione sarà stata doppiamente efficace…

Per gli esuli la vera storia deve ancora cominciare ed il batticuore da incubo è ancora dietro l’angolo. Già i patemi connessi con le condizioni capestro e l’assillo delle incognite da affrontare è roba da far tremare i polsi. Il luogo prescelto per l’esilio è Istanbul, Turchia. L’accomodamento, presumibilmente presso un convento o altra istituzione benefica, cui il sant’uomo del prete li indirizzerà. L’estremo contributo delle famiglie si esaurisce con il pagamento del passaggio di sola andata cui seguirà l’ultimo abbraccio, l’ultima lacrima e poi l’addio perenne alla famiglia, al suolo natio e poi, via con un fagotto in mano e la speranza (e l’amore) nel cuore. Suppongo anche con la fede.

Nel bel mezzo del viaggio, il colpo di scena, la tragedia. L’imbarcazione è abbordata dai pirati che in quattro e quattro otto mettono a soqquadro l’imbarcazione e praticando la loro razzia, la danno alle fiamme sì da renderla ormai prossima al naufragio. Forse per eliminare ogni traccia del malfatto….

 Sennonché, nel bel mezzo dell’operazione, quando ormai la barca era in già fiamme, ecco sopraggiungere una cannoniera di Sua Maestà Britannica che appena in tempo esaudisce l’albionica invocazione fatidica di S.O.S. (ancorché non si sa in che lingua sia stata espressa) e salva le malcapitate anime, detta all’inglese, e le fragili carni che le avviluppano. Ora possiamo anche insinuare che anche qui sotto sotto ci debba essere stato lo zampino del principale del prete… in ogni modo… ad onore di cronaca a me non risulta null’altro di certo. Agli atti risulta solo l’intervento in nome di Sua Maestà Britannica.

Gran sospiro di sollievo ma inutile avere altre pretese circa la prosecuzione del viaggio, d’altronde chi è che parla l’inglese? Una volta le emozioni sopite, ai due giovani malcapitati e poi beneficiati dall’arrivo provvidenziale non resta che ringraziare per il passaggio, gratuito, fino ad Alessandria d’Egitto dove sbarcano dopo qualche giorno senza il becco di un quattrino, di un indirizzo, ma rifocillati e vivi. Non resta loro che arrangiarsi e non so per quale strana coincidenza riescono a rivolgersi ad un convento (quando si dice il destino) che provvisoriamente li ospita in cambio dei loro servigi, lui nel giardino e nell’orto, dove riesce a farsi molto apprezzare per le qualità ataviche connesse con le sue origini (ricordate la zona di provenienza? Abruzzo?) e lei in ausilio alle suore dedite ad opere di bene.

Da questa storia nasce il coinvolgimento di quattro generazioni d’italiani residenti in Egitto e poi rimpatriati negli anni sessanta. Una famiglia che si è fatta onore portando alto il sentimento d’italianità conservato generosamente e amorevolmente allevato nella prole. Esempio di dedizione al lavoro ed alla famiglia. Poi si sono ancora sparsi nel mondo forti delle loro capacità, della loro imprenditorialità e questa volta per loro scelta di vita alla ricerca del lavoro più consono e redditizio, dove lavoro si può trovare, senza però del tutto sradicare il loro attaccamento all’Italia dove tutt’ora risiede l’ultimo capostipite con la consorte ed una loro figlia.

Ah, dimenticavo, non risulta a questo vostro cronista che vi siano stati ulteriori contatti con le famiglie rimaste in Patria. Ma suppongo che anche voi avrete perso di vista questo piccolo dettaglio.

Spero che perdonerete la riservatezza con la quale taccio nomi e cognomi, che potrebbero forse un giorno essere resi noti proprio dagli interessati. Magari con l’aggiunta di altre notizie che ometto semplicemente perché questa che vi ho raccontato è la sola parte della storia che conosca e che ricordi.

Una storia come altre, se poi andiamo a vedere nella sostanza. Che importa che i due giovani avessero scelto o no di emigrare in Egitto. Dal loro arrivo sarà stato poi come per tanti altri. I pronipoti, che conosco, nulla di diverso hanno da tanti amici. Soltanto che la loro fa parte di una storia di Italiani d’Egitto… per caso.

Ora mi chiedo se, per caso, qualcuno di voi non abbia a sua volta qualche storia da raccontarci. Sono certo che dando fondo ai ricordi qualche storia o piccolo particolare lo troverete. E sarà un contributo molto gradito.

I luoghi Comuni dell’Egitto

di Ester Maria Lorido

Siamo tutti andati in Egitto, almeno una volta, anche per sbaglio. Chi non si è mai perso in un tramonto sul Nilo, ammirato da una nave che procede adagio cullata dalle sue acque, in quel contrasto di colori che nemmeno la tavolozza del miglior pittore saprebbe emulare.

Chi non ha mai provato stupore per poi sentirsi quasi schiacciato dalla maestà della Sfinge o dall’ingegno architettonico delle Piramidi.

Chi non si è mai lasciato travolgere dalla bellezza del corallo e degli abissi di un mare incantevole e incantato, che fa desiderare di perdersi e confondersi nella varietà della fauna marina.

E per quanti altri posti è famoso e conosciuto in ogni angolo del mondo l’Egitto! Ognuno di noi ne ha visitato almeno uno anche per pochissimi secondi, nella propria vita. Almeno uno dei Luoghi Comuni di questo paese, in cui la nostra mente a volte si rifugia, attraverso i cui paesaggi l’immaginazione può spaziare, attratti dal quale si è portati a compiere il più magico dei viaggi interiori. Si può anche andare indietro nel tempo per decifrare gli antichi geroglifici o per vivere almeno un minuto nello splendore della corte di Cleopatra. Quanti di noi hanno desiderato o desidererebbero appurare dove finisce la realtà e inizia la leggenda in tutti i miti e i racconti su ricchi e adorati faraoni.

Immergersi fino in fondo nella spiritualità e religiosità di un popolo che adorava il suo sovrano e temeva i suoi dei i cui usi e costumi saranno sempre avvolti da un velo di mistero. Già, il mistero ... il fascino e il mistero di un paese che non può che attrarre chi non lo conosce, come un lontano canto di sirene che spinge il navigatore verso l’ignoto ...

Perché l’Egitto è in ognuno di noi e in ognuno crea un’immagine del tutto personale e soggettiva. Non importa se questa rispecchi solo parte della realtà, se non prenda in considerazione aspetti fondamentali della società odierna, o se, addirittura, raggiunga atmosfere passate, tra favola e concreto.

Il mio Luogo Comune è il deserto, di notte. Lì dove, salendo a fatica su un promontorio, ti fermi e tutto tace. Lì dove la musica tipica del posto è ormai un lontano sottofondo, dove il chiacchierio frenetico dei turisti non raggiunge più le orecchie. Lì dove l’odore dolciastro dei narghilè sfuma nell’aria pulita e più fresca. E ci sei tu, su un promontorio del deserto. Tu e i tuoi pensieri, magari di antichi popoli ingegnosi. E’ buio, il nero di una sera avvolta dal mistero, e tu non riesci proprio a vederli mentre scivolano via e si perdono tra le dune.

L'Egitto: un luogo incantato da visitare almeno una volta nella vita. Magari anche di persona. 

Sidi Bishr

di Giovanni Giudice

Nel 1941, a seguito del bombardamento italiano della nostra casa a Ibrahimieh, in Alessandria, ci trasferimmo in uno chalet a Sidi Bishr, ove rimanemmo fino al 1946, anno in cui mio padre, di rientro dalla guerra, fu trasferito a Beirut nel Libano. Avevo sette anni quando ciò avvenne e ho conservato tanti ricordi certamente collegati ai periodi più recenti. Ricordo un cane giallo, che assomigliava al cane di Tin Tin e che sporcava tutta casa per la disperazione di mia nonna e che un giorno scomparve così com’era apparso. Ricordo che mio nonno faceva crescere, nella sabbia, pomodori succosi che irrorava d’acqua e di fiducia e che mia madre li porgeva a me e a mia sorella dicendo “questi sono meglio della frutta” (credo che mancassero i soldi per comperarla). Mio nonno, spesso, portava a casa il pane francese caldo e lo preparava con olio d’oliva e sale. Mia nonna, invece, ritirava ogni mattina lo “yaourt” (adesso la parola, d’origine turca, è stata sostituita da “zabadi”) dal lattaio che lo trasportava in terrine marroni collocate in una cassettiera (che m’incuriosiva tanto), mentre mia nonna gli riconsegnava quelle del giorno prima auto elogiandosi poiché le restituiva pulite ”al contrario di certa gente ...”. E quanto era buona la crema del latte bollito sulla quale la mamma spolverava un po’ di zucchero. Ma ricordo anche i lunghi periodi di malattia accompagnati dalle dolorosissime coppette oppure dal mefitico olio di ricino, tutto poi sempre seguito dall’immancabile tremenda cura d’olio di fegato di merluzzo per almeno un mese. E quel colpo di coltello con il quale, il mio povero nonno inavvertitamente mi colpì la mano elevandomi a livello di martire e attirando su di se gli sguardi di riprovazione di tutta la famiglia e dei vicini di casa; io, certamente, ne approfittavo, quando mi portavano all’ospedale italiano in Rue d’Aboukir per le medicazioni, per collezionare quei pupazzi con il fondo tondo che stavano sempre eretti. Mi ricordo delle tessere annonarie per la farina e lo zucchero custodite insieme ai documenti d’identità, della rassicurante foto di mio padre sul comodino del letto di mia madre, ove avevo l’onore di dormire quando stavo male, e giacché succedeva spesso, oramai era quasi come se la bella foto fosse tutta mia. E poi ancora della macchina rossa del Re Faruk che ogni tanto sfrecciava entrando in quella villa misteriosa sempre chiusa e nella quale non era possibile sbirciare senza fare irritare gli shawish di guardia.

Ma era d’estate che la vita nello chalet acquistava in mondanità. C’erano i cugini Mario e Tina Flavetta, Leda Lattuada, Nuno e Nuna Bertocchini, Mimì e Fifì (due fratelli egiziani), Ketty, Dolly e Reggy, e con loro si facevano le “grandi scorribande” scavalcando il muro perimetrale del giardino, prestando attenzione a non tagliarsi sui vetri conficcati nel cemento, per andare a mangiare i “loucoumades” (anch’essi hanno cambiato nome e si chiamano “lokmet-elkady”). Poi ogni tanto la combriccola mi portava in una meravigliosa sala chiamata “cinema”, ove, pur non potendo stare in piedi sulla sedia per vedere meglio, ammiravo Tarzan che saltava di liana in liana seguito da Cita e da Jane (peccato che c’erano pochi alberi a Sidi Bishr, poiché anche a me sarebbe piaciuto volare come lui). Spesso si andava al mare e mentre i “grandi” nuotavano io costruivo castelli di sabbia che non riuscivo a fare stare in piedi vicino a quel mare che mi faceva tanta paura, ciò poiché una volta pensai che mi volesse tirare giù sott’acqua non fosse stato per Tina che mi tirò per i capelli ed un’altra dove riuscii a perdermi e mi ritrovarono piagnucolante mentre ciondolavo tra la folla (fu allora che scoprii che al mondo c’era tanta gente troppo alta – non vedevo niente!). Ma quando tornavamo a casa e intonavamo in coro “nonna, abbiamo fame!”, facevamo la felicità della stessa che riusciva a preparare un panino diverso per ognuno e noi andavamo a mangiarlo sulle scale che portavano al laboratorio del nonno. E ancora quella volta che con Tina provammo ad accendere un fuoco sopra un baule di legno sotto la balconata d’altrettanto legno dello chalet, ma che mia madre insistette per spegnerlo a tutti i costi, rovinandoci la festa. E poi il generoso e affettuoso Nuno, che aveva forse 7 o 8 anni più di me, che mi teneva la mano (ero il più piccolo del gruppo) infondendomi tanta sicurezza e mi raccomandava sempre “stai attento” oppure, quando non riuscivo ad arrampicarmi, mi diceva, “vieni ti aiuto io” (l’ho rivisto dopo tantissimi anni e, pur non conoscendo nulla di lui e del suo carattere, ho subito sentito rinascere lo stesso senso di rispetto e d’affetto di allora e non mi sorprenderò se un giorno mi dirà “stai attento”).

Inno e bandiera

di Giovanni Giudice

Quando siamo venuti in Italia (io nel 1957), fieri della nostra italianità e per moltissimi di noi era la prima volta nel nostro Paese, siamo rimasti profondamente delusi dalla scarsa importanza che era data ai simboli della nazione: la bandiera e l’inno. Per noi costituivano le immagini della nostra appartenenza, non certamente quelli di un’illusoria superiorità, ma quelli per i quali esprimevamo la fierezza d’essere come siamo, non superiori né inferiori, ma italiani.

Nel corso del servizio militare, ero uno dei pochi che all’alza bandiera rimaneva in rispettoso silenzio. Mentre in Italia tali simboli erano considerati come valori sorpassati, in tutti i paesi dove sono stato l’inno nazionale e la bandiera sono onorati; ricordo un ristorante a Stoccolma ove l’orchestra si è congedata dopo aver suonato l’inno nazionale; a Londra, in un periodo di depressione economica, moltissimi portavano borse con il disegno dell’Union Jack e con la scritta Buy British; negli USA, l’inno è suonato prima di ogni evento sportivo ed è bello vedere gli spettatori cantare in piedi con la mano sul petto, nelle loro case, poi, è anche naturale issare la bandiera al mattino per ammainarla al tramonto.

Che tristezza da noi quando è emerso che nemmeno i giocatori della Nazionale di calcio conoscevano l’inno italiano e che, peraltro, non era nemmanco insegnato a scuola. Ciampi ha fatto il miracolo: all’inizio sembrava il capriccio di un vecchio. Poi, pian piano, si sono tutti resi conto del reale messaggio che inviava: riconosciamo la nostra identità comune, presentiamoci agli altri uniti sotto il nostro simbolo di unità. Non intendiamo sovrastare altri, non è un nazionalismo, è solo l’identità comune che, in un mondo sempre più cosmopolita, come quello dal quale noi italiani d’Egitto proveniamo, ci consente di identificare la nostra cultura di base, i nostri valori, la nostra immagine. Né più né meno di quello che facevamo noi in Egitto. Ci sono voluti più di quarant’anni per capirlo e speriamo che lo capiscano anche gli 11 giovanotti in calzoncini che rappresentano l’Italia nello sport.

Cerimonia inaugurativa

di Bruno D'Alba

Lo scorso 14 dicembre si è svolta l’inaugurazione di AIDE presso l’hotel White a Roma. Si sono uniti ai Soci fondatori nel festeggiamento una cinquantina di nuovi Soci, ed è stato gratificante salutare alcuni amici illustri tra i quali Mons. A. Pavanetto della Segreteria di Stato Vaticana, il Dr. Luigi Brattanelli esponente della vita politica romana, il Prof. Fabrizio Felici Ridolfi egittologo di chiara fama, la giornalista D.ssa Maria Grazia Crupi, lo scrittore, giornalista e consulente per la Treccani Dr. Memmo Caporilli, il pittore Maestro Gene Pompa, il Dr. Claudio Rossi del Credit Suisse. Il nostro Presidente, Comandante Bruno D’Alba, ha tracciato un breve excursus storico che individua il collocamento nello spazio e nel tempo della Comunità italiana in Egitto per ricordare le motivazioni alla base della fondazione di AIDE. Val la pena richiamarne i tratti fondamentali. La comunità degli italiani in terra d’Egitto, si è ivi stabilita ed è rimasta attiva per molti decenni sino a divenire numericamente il secondo gruppo etnico della vita cosmopolita in Egitto. L’emigrazione inizia fin dal 1830 e prosegue senza sosta fino al primo dopo guerra, raggiungendo il suo apogeo con circa 70.000 persone; non poche considerando i tempi e soprattutto l’impatto sulla popolazione locale. Di fatto la Comunità costituisce una colonna portante nell’ammodernamento del paese, necessario dopo l’apertura del canale di Suez, in un contesto storico che vede l’Egitto transitare dal Sultanato, attraverso il Regno, all’attuale Repubblica.

Gli italiani svolgono diversi ruoli, dai più importanti ai più semplici, imprenditori, medici, avvocati, archeologi, artisti, commercianti, impiegati e operai, genti di ogni professione e mestiere che contribuiscono alla costruzione dell’Egitto moderno. Ancora oggi troviamo edifici pubblici e privati, opere strutturali e monumenti, nomi di strade, locali pubblici, consuetudini comportamentali, conoscenze artistiche derivanti dalla permanenza della collettività italiana. La realizzazione di grandi costruzioni civili in Sharm el Sheikh e Hurghada sono ancora opera di italiani; ma questi lavori monotematici possono dare solo una pallida percezione delle realizzazioni al Cairo, in Alessandria, a Porto Said, senza dimenticare le opere di sbarramento sul Nilo.

E’ stata una presenza significativa anche per l’indubbia capacità di convivenza con gli egiziani, dimostrata nei fatti, e si tratta di un valore che può essere portato ad esempio in un mondo che inciampa spesso nelle radicalizzazioni; non va dimenticato che l’immigrazione era sotto il controllo del governo egiziano e non era certamente imposta né con il pietismo né, ancor meno, con la clandestinità.

Nei momenti meno felici (leggasi il periodo della seconda guerra mondiale) furono trattati con durezza, non già dagli egiziani, ma dalle forze che allora avevano potestà in Egitto ed a migliaia furono internati in campi di concentramento.

Non ultimo, occorre ricordare con forza, che tutti quegli italiani nati all’estero mantennero la cittadinanza d’origine avendo nel cuore il miraggio del rimpatrio, anche se, taluni, hanno dovuto emigrare una seconda volta verso altri paesi, quali il Canada, l’Australia, il Brasile, l’Argentina, che allora offrivano prospettive di lavoro più generose rispetto alla situazione italiana.

Oggi che siamo tutti bene integrati e facciamo parte del corpo della nazione in cui viviamo, come ogni altro cittadino, conserviamo una punta di orgoglio in più: siamo fieri delle nostre origini. La nostra Associazione nasce proprio per non vanificare la conoscenza di quella vita e di quelle attività, e preservarne la memoria ancora in parte scritta nelle cose e nei ricordi. Intendiamo colmare il vuoto venutosi a creare dopo il declino dell’Associazione Nazionale Profughi Italiani d’Egitto. Quella Associazione ha svolto un ruolo di cerniera nel momento in cui molti concittadini hanno dovuto affrontare il rientro in patria senza trovarvi l’accoglienza che oggi è comunemente invocata per altri. Ha aiutato molti a comprendere una realtà certamente diversa da quella dalla quale provenivano e diversa da quella attuale ove agli immigrati, esclusivamente stranieri e spesso anche clandestini, si concedono aiuti e provvidenze, mentre si mostra scarso interesse per gli italiani d’Argentina attualmente in grosse difficoltà.

L’AIDE intende mantenere il contatto tra gli italiani vissuti in Egitto per ravvivare i ricordi e favorire la registrazione della storia delle loro famiglie in Egitto. Intende inoltre allargare il dialogo con i loro amici e con tutti coloro che desiderano conoscere quel paese al di là dello stereotipo turistico.

La cucina

di Giovanni Giudice

Forse gli ambienti di casa che sono più cambiati oggi rispetto a quelli di tanti anni fa in Egitto, sono le cucine. Allora la cucina non era mai vuota, vi era sempre qualcuno, fosse la mamma o la nonna oppure la cuoca o la domestica. Vi si trovava sempre una persona operosa intenta a cucinare, pulire, cucire i colletti o i polsini di ricambio alle camicie, rammendare i calzini, oppure “tricotare” alla luce proveniente dalla finestra oppure a lavare i panni facendoli bollire in acqua con il sapone di Marsiglia in taniche da quattro galloni.

C’erano le “spiritiere” “Primus” in ottone troneggianti sopra una bella piastra di marmo striato e sempre fresche di lucidatura con il “Brasso”. Una tappa importante della nostra crescita era la prima volta che i genitori ci consentivano di accendere la “spiritiera”. Bisognava dapprima accertarsi che conteneva abbastanza petrolio per la cottura (e non era mica facile dedurlo dallo sciacquio del petrolio!) e, se del caso, aggiungerne dalla tanica badando a non confondere l’imbuto del petrolio con gli altri imbuti. Bisognava anche accertarsi che il forellino dell’ugello dal quale sarebbe fuoriuscito il petrolio, fosse pulito e, all’uopo, c’erano degli appositi attrezzi di latta muniti di una sottile punta d’acciaio. Dopo queste prime verifiche, occorreva pompare il petrolio per metterlo in pressione; da una bottiglia con apposito beccuccio occorreva versare l’alcool nel contenitore a forma di semi-anello badando bene a non farlo traboccare pena l’incendio della stessa “spiritiera”. Poi, la cerimonia d’accensione del fiammifero che doveva accarezzare la parte smerigliata della scatola e non contrastarla, pena il possibile volo dello zolfo verso chissà quali oggetti. Dopo che la testina, anch’essa pulita e senza incrostazioni, era ben riscaldata dall’alcool, si girava una chiavetta che consentiva l’uscita del getto di petrolio e si regolava la fiamma che doveva essere blu.

Sulle “spiritiere” si collocavano le “casseruole” di rame, che erano stagnate una volta l’anno dai “toyanejja” che passavano per strada, o i tegami in terracotta. Una volta il mese si facevano abbrustolire i chicchi di caffè verdi in un recipiente cilindrico nero con l’asse inclinato per consentirne l’omogeneità di tostatura, che; cotti al punto giusto così come determinato dalla nonna mediando tra i gusti della famiglia, erano poi inseriti nel bello e brillante macina-caffè in ottone e il caffè in polvere ottenuto andava a smorzare il bollore dell’acqua zuccherata della “kanaka” per un “ahwa al masag”; senza dimenticare poi di rovesciare la tazzina sul piattino e girarla tre volte, di modo che l’amica di famiglia potesse leggere il futuro (notizie in arrivo – viaggi e denari – amori e tradimenti – amici e nemici).

E le ghiacciaie composte di due compartimenti: uno in zinco per contenere la “balata” di ghiaccio con un forellino che portava l’acqua ad un contenitore da svuotare con frequenza, pena l’allagamento della cucina, e l’altro, più “lussuoso”, dove si inserivano i cibi da mantenere al fresco. Ma ciò solo d’estate poiché d’inverno il latte e il burro, per mantenerli freschi, erano posati per la notte, sul davanzale della finestra proteggendoli dalle mosche e dagli attacchi dei gatti, Sempre d’estate, si riempivano d’acqua le “gulle” che si collocavano in “veranda” al sole, di modo che, evaporando l’acqua trattenuta nell’argilla del contenitore, si raffreddava l’acqua da bere.

Appena giunti in Italia, la cucina ha perso quella connotazione di ambiente di ritrovo per assumerne quella, più riduttiva, di zona di preparazione del cibo con tutti gli elementi per velocizzare le operazioni e starci il meno possibile.

Gita a El Alamein

di Bruno Spadavecchia

Prendo lo spunto da una ritrovata documentazione fotografica per ricordare una gita degli scout italiani al cimitero militare di El Alamein avvenuta nel lontano novembre 1950.

Poco dopo la partenza dal Cairo una avaria al pullman ci costrinse ad una lunga sosta nel deserto occidentale sulla strada verso Alessandria. All'epoca non esistevano né cellulari né sistemi validi di soccorso stradale, ma le emergenze erano rimesse alla cortesia e al senso civico, sempre disponibile, delle poche auto che transitavano per un aiuto provvisorio o un passaggio alla città più vicina. Solo nel tardo pomeriggio, a riparazione avvenuta (si era rotto l'albero di trasmissione) il nostro autista poté riprendere il viaggio verso la periferia di Alessandria e poi, costeggiando il mare per circa 100 km, nel deserto verso El Alamein.

Arrivammo a destinazione (zona allora disabitata) con qualche difficoltà a causa del buio intenso e mancanza di segnaletica, né l' incrociare alcuni nomadi a cammello, visti a distanza con i fari dell'automezzo, ci era stato di aiuto, poiché gli stessi si dileguavano velocemente nella notte del deserto.

Nel cimitero ci attendevano i due incaricati dello Stato italiano per la sistemazione delle salme dei nostri soldati: il conte Paolo Caccia Dominioni ed il sig. Renato Chiodini ambedue inquadrati nella Divisione Folgore.

Alla luce delle nostre lanterne si susseguivano molteplici file di croci bianche che si perdevano a vista d'occhio; il signor Chiodini ci disse che i lavori prevedevano la sostituzione delle croci in legno, con altre in pietra, in quanto il legno veniva portato via dai nomadi per riscaldarsi nelle fredde notti. Certamente il luogo rievocava con l'immaginazione gli echi della guerra da poco conclusa.

Dopo questo breve ma suggestivo sopralluogo, pernottammo nelle tende piantate vicino alla costruzione ad arcate all'ingresso del cimitero e che ospita la riproduzione di un carro armato della gloriosa divisione Folgore.

Nei giorni successivi completammo l'esplorazione della zona visitando Sidi Ab-el-Rahman, località dove erano concentrati i rottami dei carri armati inglesi, italiani e tedeschi, la vicina torretta in costruzione su una collina a quota 33 dove sarebbe poi sorto il sacrario del cimitero; il terreno di guerra dove erano ancora evidenti residui bellici, quali trincee, cavi elettrici, scatolame arrugginito, bottiglie, e altre tracce di generi di prima necessità, ecc.

Nelle intenzioni del promotore della gita don Luigi Odello - fondatore dell'associazione degli scout italiani in Egitto e sacerdote e professore dell'istituto salesiano del Cairo – vi era la commemorazione a ricordo dei tanti soldati italiani caduti in questa parte del deserto nord africano.

Un po’ di storia. L'Egitto, pur essendo indipendente sin dal 15 marzo 1923, era rimasto sotto l'egemonia del protettorato inglese con la compiacenza della nuova monarchia (re Fuad), di origine ottomana, a sua volta appoggiata dagli stessi Inglesi.

L'armata inglese in Egitto doveva garantire il controllo sul Canale di Suez, importante obiettivo strategico che permetteva il mantenimento e l'unità dell'impero britannico e le sue colonie e ne garantiva gli interessi economici.

La presenza dell'Italia in Libia rappresentava una fonte di preoccupazione per gli inglesi, i quali, per evitare problemi, fecero internare tutti gli italiani maschi residenti in Egitto, sistemandoli nei campi di concentramento nelle località del Fayed e Geneifa, lungo il canale di Suez, per circa quattro anni.

Tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1942 si svolse quella grande battaglia che infiammò il suolo egiziano tra l’ottava armata britannica comandata del generale Montgomery e le forze italo tedesche comandate dal generale Erwin Rommel.

Le forze inglesi, in possesso di mezzi tecnologicamente più avanzati, ebbero la meglio contro le forze dell’Asse, male equipaggiate e con scarsità di carburante e munizioni, ma che, tuttavia, opposero una coraggiosa resistenza; tra esse tutti ricordano le divisioni "Folgore" e "Ariete".

Qualche numero dall’Enciclopedia Rizzoli Larousse: La superiorità britannica in uomini e mezzi era schiacciante: 65.000 fanti contro 30.000 Italo-Tedeschi; 1.350 carri armati, di cui 500 pesanti, contro 500 avversari, di cui solo 38 pesanti; 900 cannoni contro 500; 1.500 pezzi anticarro contro 500; un'aviazione superiore nella misura di 3 a 1. La battaglia costò la vita a circa 14.000 soldati e segnò l'abbandono dell'Africa da parte delle forze dell'Asse.

In questa sede vogliamo ancora ricordare l'opera di don Odello che successivamente al 1950, con altri scout partecipò attivamente alla ricerca a sistemazioni dei caduti nel cimitero di El-Alamein.

Il Castello dei Ricordi

di Vanda Buzzino de Chedid

Nell’immenso paese dell’Anima c’è un castello fantastico: il castello dei Ricordi. La sua porta non è mai del tutto chiusa ed i Ricordi che lo abitano, ne escono a fiotti: è un via vai continuo, da dentro a fuori, dal passato al presente.

I Ricordi vivono in ogni parte del castello: stanze, saloni, torri, torrette, sotterranei, androni, celle, a secondo della bellezza, orrore, importanza, utilità ed impatto che hanno. Taluni Ricordi vanno sempre a spasso, altri escono sovente, altri ancora, conservati, ma mai dimenticati, vagano nelle torri più alte, leggeri, pronti ad uscire se una parola, un gesto, un suono, un gusto, un profumo, dà loro la forza di fare una passeggiata all’aria del presente. Poi ci sono i Ricordi segreti, dolorosi, vergognosi, paurosi, incatenati nel sotterraneo, urlano solitari, escono raramente e quando lo fanno, trema l’intero castello e la nuvola della memoria, dai mille riflessi cangianti, sulla quale il castello è appoggiato, cambia drammaticamente forma e colore. Il castello è visitabile dal risveglio al sonno.

Si può scegliere di andare a trovare i Ricordi oppure, lì si può aspettare fuori dalla porta quando escono da soli.

È proibito visitare i sotterranei ed alcune torri. La visita e questa parte del castello è segreta e si compie nel sonno.

Lì si vaga dappertutto, non ci sono né regole né divieti, si visita anche il sotterraneo e le torri proibite. Lì s’incontrano i ricordi urlanti o quelli troppo silenti, poi al risveglio, si decide se portarli a fare una passeggiata, fuori della porta del castello, con il rischio di far tremare tutto l’edificio o se lasciarli lì dentro, confinati, al buio, per non vederli, non sentirli ma, soprattutto, per non confrontarli.

Nel grande salone di rappresentanza vivono i Ricordi che ci fan sentire bene, sempre lì pronti a raccontarsi, a far buona impressione. Sono gli ospiti perfetti del Castello, quelli che presentiamo in società volentieri, che rispolveriamo immancabilmente quando conosciamo una persona nuova o quando c’è un vuoto nella conversazione. Taluni sono divertenti, altri molto romantici, ma tutti, hanno buone maniere. Sono rassicuranti rispetto alle ansie ed ai bisogni.

I Ricordi intimi, sofferti o felici, li presentiamo agli amici più cari e li visitiamo spesso perché così strettamente legati alla nostra immagine e al nostro essere. Abitano stanze raccolte, vivono in penombra, adorano la luce delle candele, le conversazioni intime, le ore piccole, un po’ di vino dà coro, consistenza e la compagnia di pochi, o la solitudine, li mette a loro agio. Sono le pietre miliari sul cammino della nostra vita, non si vuole perderli di vista, sono i nostri riferimenti. A volte vagano nel castello come fantasmi di una realtà idealizzata, emettono un suono che dapprima debole, lontano, portato dal vento delle emozioni poi, impercettibilmente, si trasforma, cresce, fino a diventare assordante ed allora, è tempo di metterli a tacere e tornare a visitarli nell’irrealtà onirica. Nel castello dei Ricordi ci sono tanti, tanti specchi. E ogni volta in essi ci si vede diversi: bambini, adulti, brutti, belli, magri, grassi, buoni, cattivi, affascinanti, deplorevoli a secondo del ricordo che lo specchio rimanda in quel momento.

Ci sono pure tanti, tanti quadri. A prima vista sembrano quadri astratti ma, se ci fermiamo a guardarli attentamente, cambiano, diventano scene vissute. Un magico pennello, intingendosi freneticamente nei colori delle emozioni, sparpagliati sulla tavolozza della nostra vita, genialmente modifica, cambia, aggiunge, vela la scena sotto i nostri occhi attoniti.

Nel castello ogni tanto, si incontra un altare. Sono gli altari dedicati ai Ricordi Sacri.

Taluni mettono sull’altare dei Ricordi la Madre, il Padre, Dio, un Santo, un morto, un amore, una bandiera, un ideale …. il soggetto è personale, essenzialmente Sacro.

Il castello dei Ricordi ….. illuminato da sprazzi violenti di luce e di colore, sulla nuvola della memoria, vaga nel cielo della mente, come la scena fantastica di un film: la nostra vita. Ah! il castello dei Ricordi …. sarà l’ultima cosa che vedremo prima di abbandonare il Mondo.

 

La legge dell’equilibrio

di Ester Maria Lorido

E’ tutta colpa della competizione, se vogliamo trattare il problema ab origine. E’ nelle sue regole. Uno dei contendenti - quando sono solo due - è destinato a soccombere. La fraternità è predicata dalle religioni ed è richiamata dalle teorie politiche, ma l’uomo intende la fraternità come un’eccezione e non come la regola del suo vivere quotidiano. Così avviene quando due uomini si contendono il posto di potere, così accade quando due popoli combattono per il medesimo territorio. In quest’ultimo caso, sicuramente più problematico, l’eccezione non può che essere estremamente seria e tragica: cioè che i due contendenti, nel tentativo di prevalere l’uno sull’altro, soccombano entrambi.

Questo semplice sillogismo, tanto scontato e logico quanto drammatico sono le sue conclusioni, è sicuramente applicabile a quella che viene comunemente definita “la questione palestinese”. Non è mia intenzione semplificare o banalizzare il problema, in quanto quello che sto cercando di fare è analizzarlo da una nuova prospettiva, che questa volta, per la prima volta, non richieda uno schieramento a favore di una o dell’altra parte, tanto più che questo è dettato nel 90% dei casi da opinioni politiche. Questa, infatti, mi sembra l’unica preoccupazione degli stati europei: a favore dei palestinesi? O meglio: orientati a sinistra? Bene, allora tutti insieme sfiliamo con turbanti e disegniamo svastiche. Vergogna! (Riprendendo un’espressione diventata celebre con la Fallaci). E non dovrebbero forse provare una vergogna anche maggiore coloro che sostengono Israele per motivi (che novità!) puramente economici? Ma è logico, qui entra in azione la micidiale macchina del capitale, sostenuta e spesso guidata da un massiccio numero di ebrei.

Ma passiamo dalla parte dei diretti interessati. Anche qui, c’è chi uccide o chi si uccide (spesso entrambe le cose insieme) per una delle cause in questione. E’ necessario domandarsi se sia giusto oppure no? Se non sia forse più difficile vivere piuttosto che morire per i propri ideali? E’ assodato che il gesto dei kamikaze è di difficile comprensione per la cultura europea, per la nostra mentalità. Credo sia sbagliato cercare di spiegare, giudicare i motivi che portano a questi suicidi/omicidi in quanto nessuno può dire con assoluta certezza per cosa valga la pena vivere o morire. Probabilmente i compromessi che siamo a volte obbligati a raggiungere con le nostre coscienze hanno una soglia di sopportazione diversa per ognuno di noi e, ancor più, per culture lontane. Allo stesso modo una soluzione può essere interpretata come gloriosa e giusta per alcuni, come assurda e imperdonabile per altri.

La nuova prospettiva di cui parlo si basa anch’essa su un compromesso, così ovvio se ci si pensa! Credo che esso debba riguardare i valori/interessi particolari e quelli che vengono detti universali e che dovrebbero di norma avere maggior peso. La vita e la pace ad esempio fanno parte di quest’ultimi e per esse vale la pena moderarsi, smussare gli angoli alle nostre rigide posizioni. Il mio pensiero è guidato dalla consapevolezza che al giorno d’oggi quel che è giusto corrisponde a “ciò che è nel mio interesse”. La legge dell’equilibrio può essere così facilmente applicata: pensiamo a cosa vogliamo noi, riflettiamo su cosa pretendano gli altri e domandiamoci il motivo per cui la nostra idea del giusto sia tanto in contrasto con quella opposta. Nulla apparentemente sembra accomunarci con la parte avversa. Soltanto quando concentreremo i nostri sforzi per raggiungere i valori universali comuni a tutti gli uomini, solo allora, la legge della competizione e la sua storia sarà spazzata via. Ecco la legge dell’equilibrio, signori, senza vinti ma con soli vincitori, senza contendenti destinati a soccombere. E se questa è solo teoria, se questo è davvero solo un “buon pensiero”, magari un sogno, credo che sia comunque una buona cura al dramma che, direttamente o indirettamente, stiamo vivendo. Io credo fermamente in questa interpretazione del problema, poiché i valori della Vita e della Pace sono comuni a tutti gli uomini e senza di essi non può esservi libertà per nessuno. Se tutto ciò vi pare troppo metafisico, va ricordato che la fede e lo spirito sono parte integrante dell’uomo almeno quanto il corpo (c’è gente che dichiara guerra nel nome di una religione!). E poi, sapete che vi dico? La teoria precede sempre la prassi, e chissà che un giorno l’applicazione di idee come questa non riuscirà a raggiungere questi obiettivi tanto agognati. Vale sempre la pena tentare.

Lo Scoutismo italiano in Egitto

di Bruno Spadavecchia

Sulla scia del movimento giovanile sorto alla fine del 1800 per opera del colonnello inglese, Sir Robert Baden Powell, anche in Egitto esso ebbe vita floridissima nella comunità italiana tra il 1919 ed il 1927 come G.E.I. (Giovani Esploratori Italiani), per poi riapparire - dopo il fascismo e gli eventi bellici - nel 1947 al Cairo, Alessandria e Port-Said (scout nautici) appoggiandosi presso l'istituto Don Bosco (al Cairo in Via Rod El Farag).

L'associazione maschile operò sotto la sigla A.S.C.I. (Associazione Scout Cattolici Italiani) ed ebbe come fondatori alcuni sacerdoti salesiani quali Don Odello, Don Russo, Don Germano, ecc., mentre la parte femminile A.G.I. (Associazione Guide Italiane) fece capo alla Signora Borsa presso le scuole governative italiane di Bulacco (la famiglia Borsa era nota per l'importazione in Egitto del digestivo Fernet-Branca e Ferro-China Bisleri).

Anche le altre comunità straniere non furono da meno di quell'italiana, con numerosi partecipanti quali Greci, Armeni, Francesi, ecc., operanti presso i vari collegi di Frères, quali il gruppo di Wadi El Nil.

Scopi dello scoutismo erano e sono quelli di favorire lo sviluppo nei giovani di principi sani, senso d'onore, lealtà, senso, senso civico e di responsabilità nel servizio verso il prossimo, abbinati

ad una vita sana a contatto con la natura. Ciò anche attraverso escursioni, giochi all'aperto, itinerari turistici ecc., durante il corso dell'anno scolastico; ricordiamo i vari campeggi nel deserto all'ombra delle piramidi, nella vicinanza dei templi egizi dell'alto Egitto, ad El Alamein, nel mar Rosso.

L'Egitto, per la sua posizione geografica, climatica, storica e culturale ha rappresentato un terreno ideale per l'espletamento delle attività scoutistiche.

Durante le vacanze estive si era consolidata, invece, la consuetudine di effettuare lunghi viaggi  all'estero a prezzi molto contenuti e, quindi, alla portata di molti giovani meno abbienti, ciò grazie al ricavato proveniente da feste di beneficenza, “kermesse”, manifestazioni pionieristiche quali costruzioni di ponti con legno e corda, preparazione di pasti su cucina a legna, fuochi di bivacco con canti e scenette d'animazione.

Un valido contributo al successo dei viaggi all'estero fu la stampa e vendita di un calendario annuale sponsorizzato da varie ditte italo-egiziane, quali le Fonderie Buzzino, il Banco Italo-Egiziano, i Gelati Groppi, la FIAT, i Fratelli Gila per gli elettrodomestici, ecc.

Tra i principali viaggi fuori dell'Egitto ricordiamo i seguenti:

 1950: viaggio in Italia in coincidenza con l'Anno Santo.

 1951: viaggio a Cipro sulle orme dell'Apostolo Paolo.

 1952: viaggio in Grecia in occasione del raduno internazionale (JAMBOREE) che avviene ogni quattro anni.

 1953: viaggio in Libano con visita ai famosi cedri usati dagli antichi Egizi per la costruzione delle loro navi, alle rovine romane di Baalbeck, ecc.

   1954: viaggio in Italia per il gran raduno nazionale a Valfondillo nel Parco Nazionale d'Abruzzo tra la cittadina d'Opi e Villetta Barrea e proseguimento via Milano a Genova e, poi, in pellegrinaggio alla cittadina di Lourdes in Francia.

Quanto esposto è una sintesi d'alcuni aspetti di vita vissuta come me da molti giovani italiani in terra d'Egitto; anche se non paragonabili alle avventure fantasiose all'Indiana Jones, oggi di moda, per me rimangono tuttavia delle esperienze indimenticabili, belle ed utili.

Chiunque voglia dare il suo apporto ad approfondimenti in merito può farlo attraverso la redazione del Notiziario.

Dare un senso al passato

di Marilse Cardullo

Sono nata in Alessandria d'Egitto nel 1947 e vivo a Milano dal 1957. Navigando alla ricerca di qualcosa che mi riportasse alla mia infanzia ho trovato il vostro sito Memoria Storica. Mi colloco tra gli "italiani dopo la partenza dall'Egitto" e vi invio una memoria. Forse è un po' banale rispetto ai racconti concreti di ''vita vissuta e realizzazione di grandi opere" patrimonio della generazione che mi ha preceduto, ma è uno squarcio di memorie che ritengo comune a molte italiane che lasciarono l'Egitto piccole come me. Ringrazio molto per l'opportunità che avete creato di fornire testimonianze. Mio padre l'avrebbe apprezzato molto. Cordiali saluti.

Gentile signora, siamo lusingati per le sue cortesi parole, ma, soprattutto, felici di poter essere utili nel veicolare le esperienze, certamente uniche nel loro genere, degli italiani d'Egitto. Lo spazio è tiranno, per cui, mentre la sua bella e vivace illustrazione di vita alessandrina e milanese troverà tutto lo spazio nel sito internet della Memoria Storica, pensiamo di fare cosa gradita ai lettori pubblicandone qualche estratto. Auguri cara amica.

E' in memoria di mio padre, Nicola Ferdinando Cardullo deceduto a Maggio del 1981, che farò appello a tutto ciò che mi è rimasto impresso nel cuore e nei ricordi perché della sua esistenza resti una traccia ancora "viva" nel presente e nel futuro, per non dimenticare. Lo spero tanto e questo per tutti gli italiani che in tanti modi dopo la partenza dall'Egitto hanno cercato di mantenere un legame e di dare un senso al loro passato perché non vada disperso, nel presente e nel futuro.

Abitavamo in rue Boubastis, a Cléopatra les Bains, la strada terminava alla corniche e dal balcone di casa, un palazzo alto, tutte le mattine mi affacciavo per vedere se il mare era calmo o mosso. Tra la musica araba delle radio sempre accese e il via vai della strada saliva nell'aria il profumo del pane del forno di Agropoulos, la pasticceria che era di fronte casa, che faceva dei magnifici babas e yogurt di una bontà mai più ritrovata. Ricordo che dal lato opposto della strada c'era una "rotonda" con un negozio di Bata. C'erano la Chiesa del Sacro Cuore con la Scuola delle Missionarie Francescane, che ho frequentato fino alla 5° elementare, e il College Saint Gabriel.

Andarsene significava perdere un buon lavoro, i riferimenti concreti della vita vissuta in quel paese, amici, casa, ricordi, ma soprattutto i suoi cari defunti, lì sepolti. Partì, sperando in un buon futuro per la famiglia, dopo la guerra e l'internamento al Fayed, per approdare finalmente a quell'Italia tanto amata, che per lui costituiva un valore della vita, come credo per gli Italiani in Egitto che amavano l'Italia più degli Italiani stessi che ci vivevano.

Della mia infanzia ricordo Padre Ludovico con la barba bianca, mi viene sempre in mente quando ho in mano un calendario di Frate Indovino, ricordo Padre Tranquillino, che mi mandò il certificato originale di Battesimo, ricordo le suore, Suor Leonarda Vaccaro originaria della Provincia di Pavia, le maestre italiane Silvana e Aurora, e mi ricordo della loro severità, dei nostri grembiuli bianchi con cappello di paglia d'estate e blu con cappello di feltro d'inverno.
Ricordo le passeggiate a Smouha con mio nonno, appassionato di musica lirica, da cui avevamo imparato a cantare "la donna è mobile", il nonno ci faceva i fischietti intagliando delle canne. Ricordo la bontà e la freschezza del succo di canna da zucchero, le falafel, la kounafa, la halua, i hommos, i reghif e le baguettes francesi. Le mangiate di pesce e di granchi quando lo zio Vittorio andava a pesca. Mio padre dopo cena accanto alla radio, una Ducati intento a sentire il giornale radio dall'Italia.

I ricordi brutti sono quelli del coprifuoco e dei bombardamenti e della sirena che suonava, un lumino fioco nell'ingresso, le persiane oscurate così come i fari delle auto, qualcuno che gridava "taff el nur, taff el nur". L'ultimo mio ricordo dell'Egitto è la nave che si allontana dal porto di Alessandria in quel maggio del 1957.

L'impatto con Milano così diversa nel clima e nel rapporto con le persone ... Ciò che mancò di più a me da subito, fu il mare anche se qui non ci sarebbe mai stato il "hamsin". Qualche difficoltà iniziale di inserimento, curiosità per la nostra parlata, nonché per la provenienza (nessuno capiva che Alessandria d'Egitto era una città evoluta!) ci siamo poi ambientati, portandoci appresso un bel bagaglio di esperienza particolarmente ricco dal punto di vista umano e culturale, dovuto a quella che era stata la nostra convivenza quotidiana con altre culture e religioni, abituati a coesistere nel più grande rispetto di valori e stili di vita diversi. In quel senso io mi sono identificata totalmente in quell'italiano d'Egitto descritto da Marcello Casco, che riconobbi come tale anni dopo alla radio in "Alto gradimento" .

Papà si interessava attivamente col passare degli anni e diede vita con altre persone (non ho memoria dei loro nomi) alla costituzione dell'ANPIE (Associazione Nazionale Profughi Italiani Egitto), di cui fu per alcuni anni, fino a quando morì, tesoriere. Si interessò personalmente - mi ricordo di un telegramma scritto all'allora Ministro degli Esteri Fanfani in visita in Egitto - per sollevare la questione degli internati italiani in Egitto.

Ci vollero molti anni per raggiungere un risultato, che non fece in tempo a "godere". Ma per questo si è battuto in prima persona e desidero che lo si sappia. Papà ha seguito molto la vita dell'Associazione, ricevendo anche dall'allora Sindaco Tonioli l'Ambrogino d'Oro al merito per la sua costituzione.

L'Egitto di mio padre ormai era nell'ANPIE. Papà riceveva lettere e cartoline da amici di lunga data, dal Canada (Mr. Adourian) dalla Grecia (Mr. Chandris) ed io dalla mia amica d'infanzia, Silvana Boschetto, dall'Egitto a Roma e poi a New York. I nostri cugini Cardullo Poli e Mario Giuntoli con le rispettive famiglie scelsero il Brasile.

Per quanto mi riguarda ho proseguito negli studi con l'impostazione linguistica. Conoscere bene le lingue mi ha permesso di avere delle buone collocazioni d'impiego e le basi di cui ero in possesso mi hanno garantito la possibilità di lavorare e l'impegno e il rigore trasmessomi con l'educazione sono stati ricambiati dalla stima di chi mi ha affidato il lavoro. Questo lo devo a mio padre e ai valori che mi ha trasmesso.