Filippo Toscano

Il 1░ maggio 1959, al Cairo, Filippo Toscano riceveva la decorazione della

Stella al Merito del Lavoro della Repubblica Italiana

firmata dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e controfirmata dal Ministro degli Esteri Giuseppe Pella.

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Amiamo parlare di nostro padre Filippo Toscano

raccontano i figli Carmelo, Renato, Aldo

Filippo nasce a Catania il 1░ Dicembre del 1895 dai genitori Carmelo e Maria Caracciolo ed ha una sorella maggiore, Giuseppina. Il padre muore in giovane etÓ quando Filippo ha solo tre anni. Pi¨ tardi, la madre sposa Francesco Alessi un "Mascio (Maestro in siciliano) scalpellino" che lavorava il porfido per pavimentare le strade.

A Catania, frequenta le Scuole Elementari. Quando ha undici anni, la famiglia emigra in Egitto (Cairo), dove il padrino Francesco continua a lavorare come scalpellino nelle strade.

Al Cairo svolge diversi mestieri. PapÓ raccontava, che per accelerare la consegna della merce ai clienti, un sarto gli aveva regalato un cerchio con un bastone per farlo andare pi¨ velocemente, senza fermarsi a giocare con i suoi coetanei; poi fece il garzone da un barbiere e in seguito and˛ a lavorare con il padrino. All'etÓ di quattordici anni inizi˛ a lavorare presso una piccola fonderia, appartenente al Sig. "Mascio" Matteo, dove apprese oltre al mestiere alcuni dei suoi trucchi lavorativi. Al lavoro di fonditore si appassion˛ a tal punto da farlo per tutta la vita. A "Mascio" Matteo papÓ si affezion˛ moltissimo e gli dimostr˛ sempre una sincera gratitudine. Ogni giovedý, il buon e bravo "maestro" era invitato a pranzo a casa nostra.

Nel 1915, con lo scoppio della prima guerra mondiale, assieme a tanti altri connazionali viene chiamato alle armi e inviato sul fronte del Piave. Qui combatte come mitragliere. Fatto prigioniero sopravvive a malattie (persino la cosiddetta "Spagnola" che semin˛ tanta morte) e privazioni: ai nipoti raccontava quei terribili momenti in cui usava l'arma contro giovani come lui che non sentiva nemici e a volte aver dovuto mangiare bucce di patate e chicchi di mais lasciati dalle galline. Viene congedato con il grado di caporale.

Nel 1919, all'etÓ di ventiquattro anni torna al Cairo ed Ŕ assunto dalla Fonderie Metallurgiche "Carlo Buzzino" che si trova, ancora oggi, nelle vicinanze del quartiere di Saptieh.

In pochi anni, diventa un grande fonditore, probabilmente uno dei migliori d'Egitto. Sul lavoro Filippo si fa notare per la brillante intelligenza, il senso del dovere a volte oltre smisura, l'innata sensibilitÓ di responsabilitÓ e la grande capacitÓ dirigenziale mai disgiunta da una forte affabilitÓ, unĺinfinita gentilezza e un profondo rispetto per tutti i dipendenti. Lavora instancabilmente sei giorni alla settimana per 52 settimane lĺanno facendo vacanza solo a Natale.

Riceve numerose offerte di lavoro, tra cui quella di una grossa fonderia che gli offre di entrare in compartecipazione gratuitamente (apportando zero capitale). Accett˛ solo di andare a lavorare per un giorno alla settimana presso le Grandi Fonderie di Tura. Lui, persona corretta, integra e fedele, non lascia mai la Fonderia Buzzino fino al compimento dei settanta anni.

All'etÓ di diciotto anni conosce Isabella Scandurra, che sposa nel 1924, e assieme alla quale rimane per tutta la vita.

Quando si sposano, accoglie nella nuova casa, per non lasciarli soli, la suocera, Nonna Santa, e gli altri suoi due figli, Santina e Giacomina. La sua bontÓ non aveva limiti.

Il primo figlio venne alla luce nel 1925 ma muore subito dopo la nascita. Seguono altri quattro figli, Carmelo nato il 5/7/1926, Giacomo nato il 15/3/1929, Renato nato il 6/7/1934 e Aldo nato il 6/12/1937.

Quando muore Carlo Buzzino, il fondatore della Ditta, essendo i due eredi Vittorio e Renato giovanissimi e inesperti, papÓ assume il totale comando facendo la fortuna della Fonderia. Dagli egiziani era chiamato: "Osta Flebbo". Era rispettato e amato da tutti i suoi operai di fonderia e dai modellisti. Fra questi ricordiamo due in particolare: Anuar e Mitri. 

Una, ma anche due volte la settimana, oltre alla fusione giornaliera degli altri metalli, avviene la grande fusione di tonnellate di ghisa. Veder scorrere il metallo infuocato lungo i cunicoli formati dai modelli di legno sulla sabbia da fonderia era veramente spettacolare. Ma il grande sbalzo di temperatura prodotta durante la fusione, seguito dal il contatto con la temperatura esterna, fa sý che a PapÓ venne una bronchite che gli rimane per tutta la vita.

Durante la seconda guerra mondiale Ŕ "internato". Il mattino per˛ Ŕ autorizzato a uscire dal "Campo d'Internamento" che si trovava dentro la Scuola Italiana di Bulacco per andare a lavorare in fonderia, allora sotto sequestro, per produrre pezzi di ricambio destinati soprattutto all'agricoltura e a motori in generale. Cosý facendo mantiene in vita e in buono stato la Fonderia che alla fine della seconda guerra torna ai giovani proprietari.

Nel 1947, il secondo figlio Giacomo va in Italia, dove si laurea a Padova in Medicina con due specializzazioni: Cardiologia e Anestesia. La stessa cosa fa poi, nel 1957, il quarto figlio Aldo andando in Italia a laurearsi presso l'UniversitÓ di Padova in Ingegneria. PapÓ ci diceva: vi voglio lasciare qualcosa (la laurea), che non potete sperperare e che, soprattutto, vi permetterÓ di condurre una vita meno tribolata della mia. Avrebbe voluto mandare all'UniversitÓ anche gli altri due figli, ma questi, appena diplomati (Perito Industriale e Geometra), si sposarono e iniziarono pesto la loro attivitÓ lavorativa.

Gli esempi e gli insegnamenti che ha lasciato ai figli e a tutti quelli che lo hanno frequentato sono tanti. Era una persona molto saggia, generosissima, onesta e corretta.  Sempre allegro e molto spiritoso, aveva sempre la battuta pronta. Riusciva in qualsiasi situazione a diffondere intorno a se sicurezza, tranquillitÓ e serenitÓ. Grande lavoratore, ha sicuramente dato molto pi¨ di quanto ha ricevuto. Non sapeva dire di no a nessuno, non si tirava mai indietro quando c'era da fare del bene. La sua generositÓ era nota: almeno una sera la settimana invitava a cena i vicini di casa. Con il suo modo di fare, sapeva farsi volere bene da tutti.

Ancora adesso, dopo trentacinque anni dalla sua morte, quando i suoi figli incontrano una persona che lo ha conosciuto, questa ha sempre un bel ricordo da riportare su Filippo.

Non gli mancarono, tuttavia, le grandi soddisfazioni.

Il 1░ Maggio del 1959 fu insignito della "Stella al merito del lavoro" firmato dal Presidente della Repubblica Gronchi. La cerimonia avvenne al Consolato Italiano del Cairo. Assieme al Diploma ed all'insegna dell'onorificenza gli fu data una lettera firmata dall'onorevole Carmine de Martino, allora Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri, indirizzata al Maestro del Lavoro Sig. Filippo Toscano che diceva: "Ella ha certamente ben meritato un tale apprezzamento della Patria per la Sua lunga e laboriosa opera prestata all'estero, con coscienza e rettitudine" (vedi sopra).

Continua a lavorare fino all'etÓ di settanta anni; nel 1969 rientra in Italia, dove risiedono i suoi quattro figli. Assieme a MamÓ, vanno a vivere a Monza con il figlio Aldo.

Ma lui soffre del "mal d'Africa" e quasi ogni anno ritorna in Egitto, per restarci qualche mese.

Durante quel periodo a volte fa da consulente presso la fonderia di un suo vecchio amico, naturalmente senza pretendere alcun compenso, per lui era sufficiente fare ritorno al suo vecchio lavoro. Quando ritornava a Monza, il giorno dopo era giÓ in Agenzia per prenotare il biglietto di ritorno in Egitto. Diceva: "Voglio respirare l'aria che mi ha tenuto in vita tutti questi anni".

La sua vita Ŕ stata arricchita dalla nascita di numerosi nipoti: Vilma, Walter, Aldo Filippo, Sergio, Sandra, Paola, Carlo e Roberto. Un suo desiderio era di morire in Egitto, terra che aveva sempre amato. Il Buon Dio lo esaudý. Il 20 maggio 1975, non ancora ottantenne, muore ad Alessandria, cittÓ che adorava.

Siamo certi che anche ora, ci guarda e ci protegge. Ciao papÓ, ciao nonno, ciao bisnonno. I figli e tutti i nipoti, che ricorderanno sempre con amore il loro Filippo.

 

Alcuni ricordi del padre Filippo tratti dal libro: "Mio caro vecchio Egitto...." di Renato Toscano.

Ricordo, ogni mattina, di tutti i santi giorni dell'anno, PapÓ si svegliava alle 6,00 per essere puntualissimo al lavoro alle ore 7,15-7,30. Prendeva il tram N.30 e scendeva alla rotonda di Sahel Rod el Farag, di fronte alla nostra Scuola Don Bosco. Successivamente prendeva il N.13 oppure il 7 e scendeva alla fermata di fronte alla Fonderia.

Ricordo la notte quando fu internato PapÓ. Per me fu un dramma.

Erano circa le 23,00, quando a casa si presentarono gli Shawish per internare PapÓ. Quella sera, assieme a lui avevano preso altri italiani fra cui il nostro inquilino, il Sig. Agatino Cristaldi, caricandoli su di un camioncino. Io, appena vidi gli Shawish mentre stavano portando via PapÓ, mi scagliai contro di quello che gli stava pi¨ vicino e cominciai a dargli dei calcioni negli stinchi e cazzotti all'impazzata. I poveri Shawish, che non avevano nessuna colpa, perchÚ mandati dagli inglesi, non sapevano come comportarsi. Infatti, agli Egiziani, della guerra non importava nulla e ancor meno andare ad arrestare i loro sempre amici italiani.

Lo Shawish, per consolarmi, pur ricevendo calcioni, continuava a dirmi: "Maalesh ya baba, maalesh", ma io non sentivo ragione. PapÓ fu portato quale internato alla Scuola Italiana di Bulacco.

PapÓ, ogni giorno, verso le 11,30, mandava un suo operaio a ritirare il pranzo nel garde manger e MamÓ era sempre premurosa a farglielo trovare pronto a quell'ora. Ricordo che il suo primo piatto era di solito la pasta al burro. Non so come gli arrivasse, so solamente che non si Ŕ mai lamentato.

  

PapÓ Filippo e MamÓ Isabella davanti alla meravigliosa "Corniche" di Alessandria. Sono a Ibrahimieh nel 1950.

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